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Il viaggio, parte terza


By Pierluigi - Posted on 22 January 1996

Racconti Il mio viaggio è iniziato tra la notte di San Lorenzo e l’alba del mattino successivo. Avevo trascorso l’estate con una ragazza della quale ero a dir poco innamorato. Ci eravamo conosciuti qualche mese prima. Mi aveva immediatamente colpito per la sua bellezza, ma me ne ero innamorato per il suo modo di fare, per la sua voglia di vivere e per il fatto che non aveva la presunzione di avere la risposta pronta per tutto. Si poneva sempre in maniera dubbiosa nei confronti degli eventi.

L’unica cosa che ancora rimpiango del periodo trascorso con lei è non averle mai detto “ti amo”; mi spaventava troppo farlo. Le labbra cominciavano a tremarmi ogni volta che ci provavo. Abbiamo passato molte notti distesi in spiaggia, senza parlare. Mi piaceva ascoltare il suo respiro, sentire il suo profumo. Restavamo abbracciati immobili, ed era la cosa più naturale di questo mondo. Continuavo a volerle dire “ti amo” senza riuscirci. Rimandando sempre alla sera successiva. Ero quasi intimorito. Non riuscivo a interpretare i suoi gesti.

Le sere trascorrevano uguali tra loro, solo le mie emozioni continuavano a crescere. Fin quando, non riuscendo per l’ennesima volta a dirle cosa provavo, una di quelle sere mi avvicinai a lei senza parlare, lentamente, per darle il tempo di capire che stavo per darle un bacio. I suoi occhi erano spalancati, d’un tratto aveva cominciato a respirare più forte. Stava aspettando anche lei che le mie labbra raggiungessero le sue.

Era la notte di San Lorenzo, quando le stelle lasciano il cielo portando con loro quel briciolo di magia che è in grado di realizzare i sogni, di cambiare gli eventi.

Evidentemente i nostri sentimenti erano molto simili, ed anche le nostre paure. Fu un bacio dolcissimo e i suoi occhi luccicavano proprio come una stella. Ma, la magia di quel momento, era destinata a dissolversi molto presto. Il suo cuore era già impegnato per un altro. Questo mi disse più tardi. Non riuscivo a capire, non il perché della presenza di un altro o della mia, ma il perché di tutto questo. Il perché di quei gesti, di quel bacio, dei tanti silenzi durante le sere in spiaggia.

Ero troppo confuso.

Andammo via da lì e, la notte stessa, mi recai in stazione.

Il mio viaggio è cominciato così. Ero abituato a prendere rapidamente ed istintivamente ogni decisione e, in quel momento, mi sembrava prioritario fuggire lontano. Non sapevo esattamente dove, ma un posto valeva l’altro, l’importante era sparire per un po’.

La prima destinazione fu Napoli. Non una scelta, ma il primo treno in partenza al mio arrivo in stazione! Il treno raggiunse la città campana a metà giornata, quando nei vagoni il caldo aveva cominciato a farsi sentire. La prima impressione fu quella di una città caotica, dove tutti sembravano fingere di saper dove andare. Un po’ come me.

Cominciai a camminare distrattamente, per ore. Il dolore alle gambe era forte, ma quello che avevo dentro lo era di più. Nel tardo pomeriggio, finalmente, decisi di dirigermi verso l’ostello di Mergelline. Dovunque mi girassi c’erano solo stranieri, evidentemente gli Italiani sono troppo amanti delle comodità e mal si adattano alla vita in comune con persone che non conoscono.

Al contrario l’esperienza in ostello mi arricchì molto. L’essere quasi costretto a fidarmi di compagni di camera che non conoscevo, dei quali non sapevo nulla, che non parlavano nemmeno la mia lingua ma con il desiderio di farsi capire e di capirmi, con uno strano linguaggio fatto di gesti e parole, fu un’esperienza inimmaginabile. Ma, in quei momenti, avevo le idee troppo offuscate dal dolore, lentamente tramutatosi in rabbia, per accorgermi di tutto ciò e di tante altre cose i cui lati positivi ho cominciato a cogliere solo da poco.

Esattamente come l’esperienza che mi aveva spinto a partire, e della quale ora iniziano ad emergere le emozioni che, in quei momenti, erano troppe per essere contenute, o anche solo comprese. Adesso comincio a ritenermi fortunato per averle vissute, per essermi arricchito della voglia di vivere di qualcun altro, che aveva comunque scelto di regalarmi un attimo della sua vita.

A Napoli ci restai poco anche se tanta frenesia, e tanto colore furono la terapia d’urto per ciò che stavo vivendo. Amavo percorrere lentamente il lungomare, vicino l’imbarco per le isole. Il posto si raggiungeva facilmente dall’ostello e, ancor prima di arrivarci, si sentiva nell’aria il profumo delle pannocchie arrosto vendute dagli ambulanti. Sognavo di possedere un’imbarcazione tutta per me che mi avrebbe portato via. Purtroppo ciò non era possibile e ben presto mi rimisi in viaggio alla volta di Roma.

Nella capitale ci ero stato diverse altre volte, ma sempre in compagnia. Stare da solo la faceva apparire ancora più grande. Per giorni mi sono recato a Villa Borghese, deserta. Immaginavo di vivere a Roma, la culla della civiltà. Impossibile non innamorarsene, con le sue mille sfaccettature, libero di scegliere fra tanti eccessi o moderati ma smodati eventi e situazioni. Quante persone avrei potuto conoscere vivendo a Roma? E quanto tempo ci sarebbe voluto per visitarla tutta? Ogni quartiere, ogni strada, ogni vicolo? Sarebbe bastata una vita? Probabilmente no, ma il tempo che decisi di dedicarle era molto, molto meno! Entrai in un negozio di dischi e comprai una cassetta di Venditti. La misi nel walk-man e disteso su un prato mi addormentai!

Passarono pochi giorni ancora prima di rimettermi in viaggio, destinazione Firenze. Nella città toscana c’ero stato da ragazzino, per la gita scolastica di terza media. Non potei fare a meno di ripercorrere il tragitto lungo gli Uffizi verso Ponte Vecchio. Da ragazzino mi ero lasciato affascinare dagli artisti di strada e fui felice di notare che c’erano ancora, chissà se erano gli stessi. Le vetrine delle lavorazioni orafe lungo il ponte sembravano fare concorrenza al sole, tanta era la luce riflessa dal prezioso metallo. Una visita al campanile di Giotto fu l’ultima tappa della mia breve permanenza a Firenze.

Da lì mi diressi prima a Lucca e poi a Pisa, ospite di una simpatica ragazza conosciuta in treno. Mi sembrava quasi di cominciare a scrollarmi di dosso ciò che apparteneva alla mia adolescenza, e alle numerosissime insicurezze e paure che l’avevano caratterizzata. Quasi con le lacrime agli occhi salutai Elena, quella ragazza dallo sguardo così dolce che, forse, non avrei più rivisto e che con tanta naturalezza mi aveva regalato la sua fiducia. Continuai a salutarla con la mano fuori dal finestrino dell’autobus che mi portava via, fino a vederla scomparire, seduta in sella alla sua bicicletta, dentro una tuta grigia che la rendeva ancora più carina.

Il viaggio alla ricerca di me stesso era ripreso, e continuavo a credere di stare a girare intorno ad una soluzione che però non riuscivo a focalizzare.

Ancora una tappa con un carico di emozioni dentro di me che si faceva più pesante dello zaino che portavo in spalla! Una visita alla capitale del nord: Milano. Ero quasi più affascinato dalla frenesia della sua metropolitana che dalle bellezze in superficie.

Dopo Milano seguirono altre partenze e altri viaggi che mi portarono dai portici di Torino, ai castelli della Valle d’ Aosta, dal meraviglioso centro storico di Trento, alla perfezione austriaca di Bolzano e via, via sino ai vicoli e ai ponti di Venezia. Tanti i chilometri percorsi in treno, le notti insonni, le scarpinate per le vie dei paesi, i volti incontrati, le storie raccontate e quelle ascoltate. I giorni trascorsi erano tanti e le emozioni dentro di me continuavano a crescere lasciandomi sempre meno tempo per pensare.

Da Venezia tornai a Napoli, al punto di partenza. Il clima ormai cambiato mi fece accogliere dalla pioggia in quella che era ed è la città del sole. Forse non era più disposta a tirarmi su con i suoi colori. Ma questa volta il motivo del mio ritorno era un altro. Ritrovare una persona che avevo cominciato ad amare. Con la quale avevamo fatto mille progetti. La persona che ho amato di più e più a lungo! E non chiedermi a questo punto da dove saltava fuori perché non basterebbe il Tempo, intendo tutto il tempo, per raccontartelo. Dividemmo per due giorni una piccola camera d’albergo. Ma le ore passarono in un unico lungo abbraccio, che fece apparire lo spazio che restava nella stanza, un grande inutile spreco. Ci allontanammo senza salutarci. Sarebbe stata l’ultima volta.

Decisi di rimettermi in viaggio per trovare un posto dove finalmente fermarmi o avrei deciso di tornare a casa. Mentre mi recavo in stazione, in un teatrino da strada, mi sembrò di riconoscere in una delle attrici una mia vecchia amica nei panni di un giullare. Per un attimo rabbrividì. Non saprei spiegarti il perché. La guardai bene. Era magrissima, tanto che stupidamente mi chiesi come poteva avere tutti gli organi al loro posto. Risi di me. Era lei ma non mi aveva riconosciuto, o fingeva di non averlo fatto. Restai lì ancora un po’. Tentato di chiamarla e ricordarle chi ero. Il mio cuore era talmente a pezzi che pensai addirittura di potermene innamorare. Ma, per fortuna, c’era un treno ad aspettarmi, scelto in funzione dell’orario di partenza, senza guardare la destinazione. Il giorno stesso mi rimisi in viaggio e... il resto lo sai.

L’espressione che seguì sul suo volto non riuscì mai a spiegarmela. Né il forte abbraccio che la accompagnò e che mi scoprì stupidamente rigido come un pezzo di legno.

Mi aspettavo un commento, una risposta, una frase, qualunque cosa. Ma non disse niente. Rilassò le braccia mentre continuava ad abbracciarmi, si rannicchiò vicino a me e si addormentò. Al suo risveglio mi trovò immobile come prima che si addormentasse. Fingevo di dormire. Non provò nemmeno a svegliarmi. Cominciò a parlare come se sapesse che ero sveglio, continuando il discorso della sera precedente nella maniera più naturale di questo mondo.

- Ora cosa hai deciso di fare?

- Non lo so. –Risposi-

Poi aprì gli occhi. Non era vero. Dicevo sempre la stessa cosa quando non volevo rispondere ad una domanda, quando non volevo ammettere nemmeno con me stesso cosa pensavo. E in quel momento mi era tornato un senso di angoscia che da mesi non provavo. La verità era che pensavo di rimettermi in viaggio.

- Vuoi partire di nuovo vero?

Non risposi.

- Sino ad ora non hai fatto che scappare, ma per trovare quello che vuoi l’unico viaggio che dovresti intraprendere è dentro di te.

Tornai a casa. Mi misi sul letto a pensare e mi ricordai di tutte le foto che avevo scattato in quei mesi. Non avevo ancora fatto sviluppare i rullini. Ce n’erano a decine, ancora in fondo allo zaino. Usci di casa e li portai dal fotografo. Il giorno dopo ritirai le foto.

Tornai a casa. Di fronte al mio letto c’era l’unica parete alla quale non avevo appeso qualcosa. Una grande parete bianca. Presi tutte le foto e pazientemente, ad una ad una le attaccai al muro. Tornai a stendermi sul letto. Avevo di fronte a me l’unico pezzo di passato che volevo mi appartenesse. L’avrei guardato ogni mattina al mio risveglio, avrei rivisto il tragitto fatto sino ad arrivare dove mi trovavo ora. Sarebbe stata quella la mia vita, avrei ricominciato tutto daccapo, scordando ciò che c’era stato prima. E, se qualcuno mi avesse chiesto quanti anni avevo e da dove venivo, avrei risposto soltanto dicendo che, l’unica cosa che ricordavo, era di essere nato da un bacio su una spiaggia la notte di San Lorenzo.


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