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Il viaggio, parte prima


By Pierluigi - Posted on 22 January 1996

Racconti Continuavo a guardarla senza tuttavia capire esattamente il perché. Era così magra, che per tutto il tempo, continuai a chiedermi come potesse avere gli organi in uno spazio così piccolo.

La pelle candida. Gli occhi splendenti. Me ne sarei potuto innamorare.

Ma il giorno stesso avrei dovuto riprendere il viaggio, il treno mi aspettava e, così, non l’avrei più rivista.

Trascorsi la notte in un vecchio scompartimento dove, nonostante la modesta velocità, si sentivano i cigolii della carrozza. Era la voce del treno, come un vecchio al quale cigolano le ossa e parlano per lui, troppo stanco per raccontare ancora una volta la sua vita.

Stanco anch’io, riuscii ad addormentarmi ascoltando ciò che il treno aveva voglia di raccontarmi, immaginando che alla sua guida non ci fosse nessuno, e che la destinazione non fosse stata fissata.

Fu la luce dell’alba a svegliarmi e il freddo, penetratomi nelle ossa, mi ricordava che l’autunno era da un bel pezzo cominciato e, l’estate durante la quale mi ero messo in viaggio, era passata.

Guardai fuori dal finestrino. Ciò che si vedeva era un paesaggio saltato fuori dal pennello di uno stravagante e malinconico pittore, che aveva indubbiamente lesinato sulla quantità di colori.

Impugnai la macchina fotografica, compagna e diario del mio viaggio. Un occhio all’inquadratura, che potesse rispecchiare le mie emozioni, e via uno scatto.

Il rumore dell’otturatore meccanico riusciva ancora ad emozionarmi. L’obiettivo non era un’estensione del mio corpo, ma era il mio occhio stesso, troppo abituato a ragionare come quello della macchina fotografica.

Tornai a sedere giocando con la forma del mio respiro, reso visibile dall’aria divenuta ancora più gelida per aver aperto il finestrino. Mi piaceva starmene seduto con la schiena rivolta verso il senso di marcia del treno. Preferivo guardare ciò che mi lasciavo alle spalle che ciò che stavo per raggiungere.

Per lo stesso motivo avevo deciso di mettermi in viaggio. Pensando a quanto accaduto e non a quello che sarebbe potuto succedermi.

Avevo lasciato casa mia pronta a riaccogliermi in qualunque momento avessi deciso di fare ritorno. Tutto in ordine, tutto al suo posto. E contavo di ritornarci con la parte di me che avevo smarrito. Il problema sarebbe stato ritrovarla.

Il fischio delle ruote sui binari interruppe i miei pensieri e mi avvisò che ero arrivato. Il treno si fermò singhiozzando, quasi tossendo, sbuffò un’ultima volta, forse stava salutandomi. Lo zaino liso e stracolmo in spalla, mi trascinai fuori.

Scesi lentamente i pochi gradini che mi separavano dal marciapiede della stazione, come se ciò significasse recidere il cordone ombelicale rappresentato dalla strada ferrata.

La stazione era semi deserta e, anche dal treno, era scesa poca gente. Mi misi in cammino cercando il nome della stazione, fu allora che mi ricordai di avere scelto quel treno solo in funzione dell’orario di arrivo senza nemmeno guardare la destinazione.

Quasi mi trascinavo verso l’uscita, il collo indolenzito e la testa pesante, certo non era stato un sonno ristoratore.

L’aria gelida e secca del mattino mi tagliava le guance e non mi permetteva di respirare profondamente. Volevo dare un’ occhiata a questo paesino prima di decidere se e quanto tempo fermarmi ma, la prima cosa da fare, era trovare un posto dove alloggiare per qualche giorno. Come temevo il luogo non poteva certo definirsi una località turistica e quindi era privo di alberghi. Mi accontentai dell’unica pensione presente, a conduzione familiare, e che sembrava tirare avanti più con il bar annesso che con gli ospiti di passaggio.

Ad accogliermi fu un paffuto signore dall’aria piuttosto taciturna. Avrà avuto una cinquantina di anni ma portati molto male. Capelli grigi, occhiaie che sembravano scavate con un aratro, il volto rugoso e due gote rosse, sintomo dell’alcool che, già di buon mattino, aveva utilizzato per vincere il freddo.

Salì in camera. Dietro la porta mi aspettava una piccola stanza. Un letto alto, con un materasso morbidissimo. Un piumone trapuntato color celeste sbiadito. Mi distesi sul letto con le mani dietro la nuca, a fissare un po’ il soffitto. I pensieri mi scorrevano pigri davanti agli occhi. Privi di dettagli e di emozioni.

Una lunga doccia bollente li lavò via assieme alla stanchezza. Il vapore che aveva invaso anche la piccola camera sembrava riscaldare l’ambiente.

Uscì. Il piccolo paesino sembrava calmo e accogliente, la gente del posto cordiale. Poco traffico. Poco rumore. Un clima freddo, ma quel freddo tipico dei paesini di montagna che tanto amavo. Quando l’aria è gelida ma il sole è così alto nel cielo che sembra voglia ricordarti che sarà una splendida giornata. Si, il posto faceva proprio al mio caso. Tranquillo e sufficientemente anonimo, se mai qualcuno avesse deciso di cercarmi dubito che mi avrebbe trovato.

Volevo chiudere per un po’ i ponti con il passato, libero dai ritmi che mi ero imposto negli ultimi anni. Avevo messo un po’ di soldi da parte con l’idea di andarmene in Polinesia o in Tibet. Ma l’amore verso la mia nazione mi aveva fatto desistere dallo spingermi così lontano. E poi dovevo comunque lavorare perché, i soldi messi da parte, non sarebbero bastati in eterno.

Pensavo a tutto ciò mentre camminavo con le mani in tasca e con uno strano sorriso sulle labbra e negli occhi. Mi sentivo felice, anche se non c’era nessuna particolare ragione per esserlo.

Che lavoro avrei potuto trovare in un simile paesino? Non erano tante le cose che sapevo fare, a parte destreggiarmi con la mia macchina fotografica. Fui attratto da una locandina sulle porte di una libreria. Il sole creava un riflesso sul vetro e dovetti avvicinarmi per leggere meglio. Cercavano una commessa. Vista da fuori, la libreria, non sembrava molto grande, anche se era stata arredata in maniera assai confortevole e originale.

Se c’era una cosa che amavo fare in viaggio, era visitare le librerie alla ricerca di qualche libro che parlasse del luogo. Magari di quelli privi di foto, stampati su una carta rugosa e spessa, corredati da bei disegni.

Varcai la soglia accolto da una cordiale musichetta che accompagnava l’apertura della porta. Quello che seguì dopo fu un :

- Buon giorno!

Abbassai lo sguardo e in un angolino vidi chi mi aveva salutato con una voce così graziosa. Forse era la proprietaria, o una commessa della libreria. Una cascata di riccioli castano chiari facevano da cornice ad un volto bellissimo.

- Buon giorno!

Risposi, accennando un sorriso.

Cominciai a cercare tra gli scaffali, ma non prima di aver fatto un respiro profondo per inspirare il profumo emanato dalla carta, quasi a voler anticipare il piacere della ricerca di un libro, come quando a tavola si sente l’odore di un piatto pregustandone il sapore.

Mentre sfogliavo un volume mi venne in mente che avrei potuto chiedere se quel posto da commessa poteva essere preso da un commesso, vale a dire da me. Detto fatto mi avvicinai alla ragazza:

- Chiedo scusa, non sono del posto e sono arrivato oggi in paese. Pensavo di trattenermi qui per qualche tempo e... ho visto quel cartello, pensavo se magari non aveste bisogno di un commesso.

La ragazza fece una faccia stupita, come se quella fosse stata l’ultima cosa che si sarebbe aspettata di sentire da me.

- Veramente cercavo qualcuno del posto, non vorrei ritrovarmi a cercarne un altro dopo un breve periodo. Pensavo piuttosto ad uno che potesse darmi una mano stabilmente. Non è tanto un problema se a lavorare è un uomo o una donna, quanto la sua possibilità di farlo in maniera continuativa.

- Non so quanto deciderò di fermarmi qui, sono alla ricerca di... di... di una cosa e, se la trovassi, potrei anche pensare di trasferirmi stabilmente. Ma non voglio insistere, se ritenete che non sia il caso affidarmi il lavoro...

- Va bene, va bene !! Proviamo. - disse sospirando, e aggiunse- Io sono Claudia, porto avanti questa libreria da un anno. Presto comincerò a vendere anche dei dischi. Ho lavorato sodo per lanciare un’attività nella quale neanch’io all’inizio credevo molto. Ed ora eccomi qua. Vivo di sopra nell’appartamento al primo piano ereditato assieme a questi locali.

- Io mi chiamo Marco, alloggio alla pensione del paese ma sto cercando una piccola casa in affitto. Non sono del luogo e sono in viaggio da un po’. Ho deciso di stabilirmi qui per un po’ di tempo.

- Bene Marco, puoi cominciare a lavorare da subito, in questi scatoloni ci sono i libri arrivati questa mattina, bisogna controllare che siano quelli che avevo ordinato, sistemarli negli scaffali e aggiornare la vetrina.


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