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Marilyn


By Pierluigi - Posted on 09 February 1999

Racconti E’ l’alba ed ho ripreso il mio viaggio. Sulla spiaggia che mi ha cullato questa notte lascio un po’ del mio sangue, rappreso fra i granelli di sabbia. Cerco cosa mi ha ferito durante il sonno, ma non trovo niente e, anche la ferita, sembra rimarginata.

Sono per la prima volta ansioso di tornare, ma dovrà ancora trascorrere molto tempo prima di arrivare a casa.

Il cielo grigio piombo appare come un mantello pesante e basso, sembra voglia schiacciarmi.

Un nodo alla gola attanaglia l’anima mia, accade ogni volta che devo ripartire. Non mi abituerò mai all’idea di non poter portare con me le persone che incontro lungo i miei viaggi. Eppure ogni volta mi lego fortemente a loro e, il ricordo, mi accompagna per lungo tempo.

In questo viaggio ho incontrato una persona speciale: Marilyn.

Sono stato suo ospite nelle gelide notti che hanno accompagnato il mio cuore viaggiatore. Ed ho per la prima volta messo a nudo ogni lato di me, sentivo di crescere parlandole.

Ho viaggiato dentro di lei ed ho incontrato me stesso.

E’ il viaggio più bello che si possa fare quello all’interno di qualcuno, ed è il dono più grande quello di permettere il viaggio dentro di noi.

Mi sono sentito terribilmente attratto, tanto da temere di rovinare quel rapporto magico. Ed ho dovuto confessarglielo per non avere segreti. Per essere pulito. No, niente a che vedere con l’amore ed ancor meno con la banale fisicità. Un’attrazione più grande, speciale. La sublimazione di un sentimento e di un rapporto non convenzionale. Sentivo il desiderio di stabilire un contatto fisico, di abbracciarla, di toccarle il volto e le mani, per sentire le sue vibrazioni. Per aumentare l’intensità della nostra conoscenza.

Sono stato contento che lei abbia capito, meglio di quanto non sia stato capace di spiegarle e di spiegarmi. Perché alcune sensazioni possono essere comprese solo da chi le ha provate. E bisogna essere completamente liberi per poterlo fare. Liberi da ogni schema, da ogni tentativo di incasellare eventi, situazioni e sentimenti.

Molte emozioni non hanno bisogno di un nome, perché darglielo significherebbe limitarle, circoscriverle. Non c’è bisogno di sapere come si chiamano per provarle, poiché il mio bicchiere riesce a contenere l’acqua che ci verso anche se non lo chiamo o se decido di chiamarlo tavolo o coperta.

E’ stata una scoperta entusiasmante, una delle poche che ho compiuto in questo mio viaggio. Diviene sempre più difficile continuare a costruire il muro della mia sicurezza, perché i mattoni che trovo sono sempre meno ed è sempre più costoso farli miei.

Osservo strabiliato quello che il destino riesce a prepararmi, ed in quali momenti decide di farlo. Allora penso che forse non è già tutto scritto, ma tutto si scrive prima di avere il tempo di modificare gli eventi.

E mi scopro compiaciuto e sereno, e guardo Marilyn che sembra aver capito tutto ma m’interroga. Provo a risponderle e a mia volta le chiedo la soluzione a quest’enigma, le domando la via per venir fuori dal labirinto, ma anche se sia giusto farlo, e se ne valga la pena. Non sa rispondermi ma riesce ugualmente ad indicarmi la strada senza tuttavia invitarmi a percorrerla.

Continuo a non capire e ad esserle grato. Mi sento in un vortice, ma non provo a divincolarmi per venirne fuori.

Sono confuso e stanco, ma per una volta tranquillo. Peccato dover ripartire, ma sento il tempo scorrere piano, più lento del mio sangue nelle vene. Al contrario di ciò che accade quando si avvicina il momento di andar via.

Spero solo che tutto ciò permanga in me ed in lei.

Mi tornano alla memoria i giorni trascorsi insieme, i dialoghi, i sorrisi, lo stupore e la gioia di scoprirsi simili, gli occhi e le labbra che sorridono, la sua casa e la sua camera che parla di lei, ma non riesce a smascherarla.

Le sue idee e le contraddizioni che non vede ma manifesta, gli aspetti del suo carattere che ignora.

Sono contento, e lo sono stato per averla conosciuta in maniera privilegiata, senza maschere e senza che filtrasse i pensieri ma, soprattutto, senza che sentisse la necessità di farlo.

Percorro la strada che mi riporterà a casa e con essa i momenti vissuti. Ho ancora il freddo del posto nelle ossa, spero che conserverà meglio i ricordi o che, magari, gli aiuti a non diventarlo.

Ma, al contempo, conosco bene i miei limiti, anche se non è mai stato un pretesto per accettarli. Le sfide con se stessi sono le più difficili da vincere, ma anche quelle che danno più soddisfazione.

- Come descriveresti la persona della quale sei attualmente innamorato? –Mi chiese una sera quasi a bruciapelo, mentre seduti al tavolino di un bar sorseggiavamo una birra.

- Non saprei esattamente descrivertela. Ma è vero che ci sono tante cose sulle quali il nostro modo di pensare è totalmente divergente. Molti aspetti del suo carattere mi mandano in bestia, ma continuo ad esserne follemente innamorato. E’ questo l’amore. Ti fa trovare assurde giustificazioni ad un modo di fare che riteniamo sbagliato, se a commettere questi errori è la persona che ami. Sembra strano ma è così. Conosco bene l’amore! O almeno quello che provoca.

- Allora forse non è niente di speciale… cioè tutte le persone che conosco sono alla ricerca di quello eterno, sperano che arrivi presto, ma se poi può farti star male così tanto…

- E’ vero, ma questo non so spiegartelo. Del resto è da quando esiste l’uomo che si parla dell’amore, senza riuscire a svalutarlo come argomento. Pensa a quante canzoni ruotano attorno all’amore! E si continua a scriverne. Non riusciranno mai a spiegarlo. E’ questo il bello.

Che diavolo stavo dicendo? C’ero cascato anch’io. Stavo provando a definire il sentimento indefinibile per antonomasia. E poi perché quei discorsi? D’un tratto sentì le palpebre pesanti.

Non riuscivo più a restare sveglio e mi addormentai, la testa pesante cadde sul boccale di birra sul mio tavolo. Cominciò ad uscir sangue dal naso, ma né questo né il dolore mi svegliarono.

Non so quante ore ho dormito. Ma, al risveglio, mi ritrovai su una spiaggia. La sabbia vicino a me sporca di sangue, ma nessun taglio sul mio volto. Dove mi trovavo? E Merilyn dov’era?

Ero confuso, forse avevo solo sognato, ma così forte da farmi male! Del resto se è possibile vivere così intensamente da trasformare la realtà in sogno, non è altrettanto vero che si può sognare così forte da materializzare i pensieri? O, forse, vivere in eterno un sogno, ci porta a non distinguere ciò che è reale da ciò che è immaginazione, ed io non riuscivo più a capire dove fossi e cos’era realmente accaduto e cosa avevo solo sognato.

Mi guardai intorno. Per terra c’era un diario che il vento stava sfogliando. Lo raccolsi. Era coloratissimo. Molto ben curato. Era il diario di Marilyn.

Ero curioso di leggerlo. Ma non per conoscere eventi che non mi riguardavano, piuttosto per conoscere meglio Marilyn, il suo modo di vedere le cose, le sensazioni e le riflessioni che la inducevano a scrivere. Il modo di considerare le situazioni e di attribuirgli un peso.

Se l’aveva lasciato accanto a me forse era il suo modo di salutarmi, per invitarmi a conoscere ogni lato di lei. Si, sicuramente la sua fiducia nei mie confronti era tale da spingerla a farmi leggere i sui pensieri più nascosti. Non mi ero sbagliato su di lei, né sul rapporto che era sorto tra di noi.

Cominciai a sfogliarlo, rapito dalla cura che aveva messo non solo nello scriverlo, ma nell’arricchirlo con foto e disegni. Addirittura scrivendolo con colori diversi, in funzione dello stato d’animo o dell’argomento del quale parlava.

Ero strabiliato. Mi sedetti e cominciai a leggerlo.

Un sorriso rimase sul mio volto per tutto il tempo. Ero compiaciuto dal suo modo di raccontare e di considerare gli eventi.

D’un tratto mi sentii chiamare. Era lei.

- Ti sei svegliato finalmente!

- Si, ma…cos’è successo?

- Cos’è successo? Non te lo ricordi? Ieri sera, quando siamo andati via dal bar, siamo venuti qui. Abbiamo cominciato a parlare e ad un tratto ti sei addormentato. Così mi sono messa a dormire anch’io.

- E ora da dove stai venendo?

- Da nessuna parte, mi sono svegliata cinque minuti fa, e sono andata a fare una passeggiata aspettando che ti svegliassi anche tu.

- Ma… e il bicchiere di birra che ho rotto?

- Quale bicchiere? Te lo sarai sognato!

- Ma come se c’è ancora del sangue sulla sabbia.

- Dove?!

Mi voltai per indicarglielo ma il sangue non c’era più.

- Ma…non c’è più, avrò sognato.

- Sicuramente! Piuttosto che ci fai con il mio diario fra le mani?

- Oh, niente. L’avevo solo raccolto, il vento lo stava riempiendo di sabbia.

Mi avvicinai all’improvviso e le diedi un bacio sulla guancia.

- E questo che significa? Cos’ho fatto di speciale per meritarlo?

- Niente! E’ solo perché ti voglio bene.

- Anch’io te ne voglio.

Ci guardammo un istante. Un sorriso, e andammo via.


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