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L'ultimo viaggio, storia di un sogno che non voleva morire


By Pierluigi - Posted on 18 November 2003

Racconti Si era svegliato con un forte bruciore ai gomiti. L’irrequietezza della notte aveva lasciato la sua firma sulla pelle. Aveva i gomiti bruciati dal continuo strusciare sulle lenzuola ruvide, ad ogni giro di valzer nel letto, con compagna di ballo una strana insonnia. Era più il desiderio di star svegli, che l’incapacità d’addormentarsi. Inevitabilmente, e con prepotenza, Morfeo l’aveva trascinato nell’illusorio mondo del sogno.

Ora sentiva una strana sensazione di intorpidimento, quasi una nausea, frutto della voglia di svegliarsi e della stanchezza che continuavano ad inchiodarlo nel letto come su una croce. La luce del mattino pose fine a quest’agonia, si alzò, spinto anche dai morsi della fame.

Il getto dell’acqua fredda della doccia aveva lavato via gli ultimi risentimenti nei confronti della mattinata. Si lasciò abbracciare dal morbido accappatoio e tornò a distendersi sul letto, fissando un piccolo punto sul soffitto. Anche i pensieri cominciavano a svegliarsi ed a seguire un percorso logico. Gli scorsero davanti gli ultimi anni della sua vita, rapidi come guardando una videocassetta in play veloce. La pellicola di un film interpretato e conosciuto fin troppo bene. Ogni tanto qualche ricordo rallentava, esitante, un po’ nostalgico un po’ prepotente.

Il nastro si era fermato sulla sera precedente, l’unico spezzone di film mai rivisto. Aveva bisogno di ricontrollare le scene, riascoltare le battute con occhio critico.

Cominciò ad osservarsi, narratore di se stesso, seduto al tavolo del discopub che abitualmente frequentava. Una bionda alcolica in sua compagnia, bevuta a metà. Il volume della musica martellante quasi non consentiva il dialogo. Problema trascurabile non avendo nulla da dire e, soprattutto, nessuno a cui dirlo!

Da una decina di minuti era in assoluta contemplazione di una mora, poggiata al bancone del bar. Entrambi stringevano un bicchiere fra le mani. La osservava curioso, quasi divertito, mentre lei si intratteneva in conversazione con un uomo. Alternava il dialogo alle risate, il tutto incorniciato da ampi gesti con la mano libera.

Seduto, dal tavolo, quasi contava i suoi sorrisi, riusciva a vedere il luccichio degli occhi nonostante l’oscurità del locale. Ne leggeva i gesti, come se ascoltasse il discorso. Intanto sorseggiava quel che restava della birra. Beveva in uno strano modo, riempiendo la bocca per poi mandar giù tutto d’un colpo, non prima di aver assaporato il gusto, quasi a baciare la sua bionda ghiacciata, prima di ingoiare con passione.

Lei non l’aveva visto, ne lui aveva cercato il modo per farsi notare. Pensava alle probabili e poco nobili intenzioni dell’uomo che, con finto e malcelato interesse, era di fronte alla donna. Ad ogni minuto sembra avvicinarsi a lei con fare felino, come un gatto che prepara l’agguato per la sua preda. Forse inconsapevole, di sicuro noncurante, lei si comportava esattamente come tale.

Ad un tratto comprese che doveva alzarsi e andarle incontro. Le arrivò di fronte, non facendosi notare che all’ultimo momento, in modo che lei avesse il tempo di vederlo sopraggiungere ma non tanto da poter mutare il suo atteggiamento. Si frappose con fare noncurante fra i due, in maniera quasi arrogante, senza mai voltarsi a guardare l’uomo rimastogli alle spalle.

Lei sorrise. Per niente stupita, dissimulando la gioia e l’impercettibile senso di colpa. Non disse nulla. Si avvicinò a lei con lenta rapidità, portando le labbra a contatto di quelle della donna. Accennò un sorriso senza mai interrompere il bacio. Ne lesse uno uguale negli occhi di lei, come se avesse accostato le labbra ad uno specchio. Portò la mano sinistra dietro la sua schiena e la destra sulla nuca. In un istante si fece travolgere dalla passione, così prepotente da trascinare anche lei che, dopo pochi istanti, portò la sua mano sul petto di lui, allontanandolo lentamente ma con fermezza.

Un sorriso appena accennato voleva probabilmente significare tante cose o, più probabilmente, voleva solo fargli credere che ne significasse. Lui finse di comprendere ogni sfumatura, in realtà preferiva non interpretare troppo.

L’uomo alle sue spalle era scomparso, non prima d’aver svuotato la vodka rimastagli nel bicchiere, e si era portato al tavolo di due straniere a vomitar parole di dubbio interesse.

- C’è una novità – gli urlò lei nell’orecchio. Poi prese lentamente la mano e la condusse piano sulla propria pancia, scoperta da una maglia troppo corta. Si lasciò accarezzare lentamente, guidandolo verso il fianco destro.

Sentiva un rilievo dai contorni regolari sotto i sui polpastrelli. Capì rapidamente che aveva preso vita un tatuaggio. L’idea non lo faceva certo impazzire dalla gioia, ma era consapevole della scarsa influenza del suo parere su una simile scelta, e comunque ormai era pressoché irrilevante.

- E’ questa la novità? – aggiunse, senza nemmeno posare lo sguardo su quello che stava toccando.

- Dipende.

- Dipende da cosa?

- Da cosa credi sia la novità. Dove sei stato in questi giorni?

- In giro. – disse lui, con tale vaghezza che poteva significare tutto e niente. Un po’ per la sua recondita ostilità a raccontare, in massima parte per stanare la curiosità e la gelosia di lei, che lo conosceva troppo bene per dargli questa soddisfazione.

Sorrise, scuotendo un po’ la testa, ma senza fare altre domande. Le tolse il bicchiere di mano, avvicinò le labbra e mandò giù. Non aveva sete, nè immaginava cosa stava per bere. Era solo uno dei tanti modi che aveva per comunicarle – Sei mia!-

Sorrise soddisfatto, cosciente della stupidità del suo gesto e compiaciuto quanto per nulla stupito, di non aver trovato alcol in quella bevanda.

- Andiamo via!

- E dove? – Rispose lei.

Nonostante si conoscessero da tanto lui ne era talmente innamorato da non riuscire mai a comprendere quando lo stava provocando o quando realmente non aveva voglia di seguirlo nelle scelte.

Sorrise.

- Non era una domanda la mia! – le sussurrò nell’orecchio, mentre con le mani già la portava dietro di se.

Salirono in macchina sfrecciano per le vie deserte della città, illuminata solo dai semafori lampeggianti che si riflettevano nelle pozzanghere.

- Perché corri?

- Non voglio che il giorno ci raggiunga!

Volarono a casa di lui e aveva talmente voglia di sentire addosso la sua pelle che cominciò a baciarla e spogliarla mentre salivano le scale.

Si fermò un attimo in camera da letto. Nonostante la passione bruciasse dentro di lui, amava ugualmente soffermarsi sui dettagli. Accese le numerose candele nella stanza, quella che lui chiamava la “luce viva”. Un dolce sottofondo musicale, sempre lo stesso perché era la loro colonna sonora.

Tornò sul letto, si mise a cavalcioni su di lei, poggiato sulle braccia, con le mani vicino le sue spalle. I capelli lunghi scendevano quasi fastidiosamente dal suo volto a quello di lei. Aspettò che accennasse un sorriso per cominciare a baciarla lentamente. Piano, dalla bocca passò al collo e poi giù, giù sino ai piedi. In una sorta di rituale che potesse comunicarle tutto il suo amore. Iniziò a spogliarsi e a spogliarla, con una lentezza quasi estenuante che faceva ulteriormente salire l’eccitazione. Si soffermò sul suo seno e poi sulle sue cosce tese che piano s’ammorbidirono, come le labbra durante un bacio rubato. Le mani, frementi di cose proibite, avvolgevano la sua pelle straordinariamente liscia. Di tanto in tanto si soffermava per osservarla, era un reale bisogno, una necessità che nasceva dal grande amore e gli impediva di restare a lungo senza incrociarne lo sguardo. Le chiese di voltarsi e prese ad accarezzarle la schiena e le natiche con le labbra. Era inverosimile come riuscisse a dilatare questi tempi nonostante la voglia di fare l’amore. Iniziarono a farlo con gli occhi che si specchiavano in quelli dell’altro, alla disperata ricerca di vedere d’esser visti, e le mani di lei che correvano sulla sua schiena.

Quando i sensi furono almeno in parte placati, lei si distese sul suo petto, lo strinse a se e la cosa lo faceva impazzire. Gli diede un bacio fra il torace ed il collo, cercò ancora una volta il suo sguardo e disse:- Allora? Vuoi dirmi dove sei stato?-

- In giro. - Ripetè lui. Sorrise per tranquillizzarla, per farle comprendere che scherzava. Poi continuò.

- Questo è l’ultimo viaggio. L’ultimo viaggio che faccio. Avevo bisogno di restar solo per capire alcune cose. Ho ripercorso la mia vita, e realmente non ho trovato altri momenti di gioia, di gioia vera, di gioia allo stato puro. Sei l’unica cosa che desidero avere, e vorrei portarti con me per sempre. Non credevo d’esser più in grado di provare alcune emozioni, con te ne ho scoperte addirittura di nuove. Vorrei solo riuscire a mandar via la terribile paura che ho di cadere di nuovo. E’ una paura tremenda e tremendamente forte. Ma solo tu puoi farla sparire. Sento che sei la mia unica metà e la mia unica meta. Sei ciò che mi serve per sentirmi completo e completamente me stesso. Tutto questo è un sogno, un sogno che portavo dentro di me, un sogno che credevo morto, ma che non si è mai realmente arreso nonostante quello che ho vissuto sino ad ora. Adesso è tuo. E nelle tue mani, decidi cosa vuoi farne, sappi solo che non mi accontenterò di nulla che non sia tutto. Ti sto chiedendo di trascorrere il resto del tempo con me. Per sempre. -

Non osava immaginare cosa stesse pensando lei, voleva solo avere una risposta. Subito. Una risposta che fosse tutto o niente, sempre o mai, bianco o nero.

Lei alzò la testa, lo fissò per un po’, ermetica nei suoi pensieri. Poi disse:

- Anch’io. Anch’io ti amo, ma…-

A quel “ma” il sangue nelle sue vene divenne di ghiaccio, il cuore piombo fuso, il respiro s’era fermato, come se una locomotiva stesse per travolgerlo senza scampo. Aspettava di sentire il seguito, per decidere se valeva la pena ordinare al corpo di riprendere a vivere.

- Ma cosa?- chiese.

- Hai capito di cosa parlavo prima? Quando ti ho detto che c’era una novità?-

Non capiva, non riusciva a comprendere il nesso fra quella domanda e il discorso che stavano facendo. Ma posò lo sguardo sul tatuaggio che fiero troneggiava a metà strada fra l’addome ed il fianco, in quella zona dove tanto amava morderla. Poi lento portò la mano al di sopra, quasi ad accarezzarlo, o a sentirne la consistenza, lo spessore.

- Si! – Rispose.

Lei sorrise, poi aggiunse.

- No, non credo. -

La sua agitazione continuava a salire, fece uno sforzo immane per apparire calmo, ma con scarso risultato, e fremente continuò a domandare.

- E qual è allora? -

- Non sei forse tu quello che dice che per nessuna cosa c’è sempre e solo una risposta? Ora… non fermarti in superficie… la cosa importante è dentro, dentro di me, prova a rilassarti, prova a sentirla.-

“La cosa importante è dentro”, “è dentro”. Queste parole cominciarono a fare eco nella sua testa, a dilatarsi e moltiplicarsi come i cerchi concentrici creati da un sasso che cade nell’acqua. Il respiro cominciò ad accelerargli, e con esso il cuore, che batteva così forte da fare quasi rumore nella stanza, e la penombra della camera sembrava divenuta una luce psichedelica, e le lacrime agli occhi, giunte senza preavviso, sfocavano il tutto, ed il sorriso sulle labbra era divenuto singhiozzato, e le parole affluivano così veloci dalla sua testa verso la bocca che non riuscivano a venir fuori, e l’unica cosa che riuscirono a fare fu baciarsi, e stringersi, e cercarsi disperatamente con tutto il corpo, e la stringeva così forte come se avesse potuto penetrare nel suo corpo, e gli sembrò addirittura di poterlo fare. E guardò il soffitto e vide il cielo, e le stelle, e tutto quello che aveva sempre sognato, ed ora era davanti a lui, ed era così imbarazzantemente bella. E l’unica cosa che riuscì a dire fu:

- Si, questo è proprio il mio ultimo viaggio, grazie per non aver fatto morire il mio sogno.

E si strinsero forte in un abbraccio che durò per sempre.


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