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Amici?! (prima parte)


By Pierluigi - Posted on 18 November 1997

Racconti Al contrario di quel che mi aspettavo la notte era trascorsa ottimamente, ad essere sincero, era da tanto che non facevo un sonno così profondo.

Mi ero imbarcato per la Corsica il pomeriggio precedente da Savona. Il viaggio in treno non era stato dei più comodi ma ero contento di essere ripassato dal bar della stazione di Genova dove, da tanti anni, non rimettevo piede, dopo i numerosi week-end che mi avevano visto bere un caffè, nell’attesa della coincidenza per Milano.

Era la prima volta che viaggiavo in nave e, la paura di una sciagura, mi aveva spinto a scegliere una cabina del piano alto, contravvenendo alla seconda regola del viaggiatore che, con tanto orgoglio, ero solito citare per spiegare ciò che lo differenziava da un turista. Questa regola vuole che il viaggiatore si adatti ad ogni circostanza per raggiungere la sua meta, considerando le difficoltà parte del percorso.

Il turista può utilizzare il denaro per scegliere una sistemazione più confortevole. Come avevo fatto io preferendo la cabina al piano alto.

La mia destinazione era S. Lucia de Tolla dove, in quei giorni, si sarebbe tenuta una festa per celebrare l’olio nuovo.

Sarebbe stata una delle ultime tappe del mio viaggio poiché pellicole e soldi stavano per terminare.

Scesi al porto di Bastia alle sette del mattino, l’aria fredda mi spinse a cercare riparo al bar del molo dove, dopo aver fatto colazione, trovai anche il mio passaggio per S. Lucia.

Ad offrirmelo fu un giovane camionista della Francia continentale. Piuttosto simpatico, dal volto barbuto, ma alquanto taciturno.

Lo scarso dialogo tra noi mi consentì di ammirare il paesaggio che attraversavamo, e di stupirmi della bellezza di Porto Vecchio e di tutto l’entroterra corso.

Scesi a Sartene, reale destinazione del camionista e in ogni caso poco distante da S. Lucia.

Il sole ambrato del primo pomeriggio cominciava a perdere parte del suo calore. Scelsi un modesto albergo alla periferia di Sartene, per fare una bella doccia prima di organizzare i giorni successivi.

Entrai in quella che in un grande albergo avrebbe dovuto avere funzione di reception, dietro il banco, il sorriso di una ragazza accompagnò il suo:

- Bon jour!

Due occhi dolci incorniciati tra i riccioli bruni che cadevano su un lungo collo.

- Bon jour, je voudrais une chambre pour la nuit. -

Fu la mia risposta

Siete italiano?

Aggiunse. Per un attimo pensai di aver sbagliato qualcosa e, in ogni caso, mai avrei creduto che il mio francese fosse così maccheronico da non consentirmi di instaurare un dialogo così semplice, come chiedere una camera d’albergo, senza rivelare la mia nazionalità.

- Si, sono italiano…

- Ho riconosciuto subito il vostro accento. Sapete, mia madre è italiana, veneta per la precisione. Vi tratterrete qui a lungo?

Come spiegarle che ero in viaggio da sempre e che sarei potuto ripartire il giorno dopo come fermarmi per i prossimi dieci anni? Del resto lo dice anche la prima regola: il turista parte sapendo di dover tornare, il viaggiatore sa di potersi fermare per sempre.

- Non lo so ancora –risposi-. Sono venuto per la fiera di S. Lucia de Tolla. Per scattare qualche foto. Non credo che mi fermerò a lungo.

- La fiera di S. Lucia? Quale fiera?

Effettivamente quella di S. Lucia non era una festa molto grande, né lo era il paesino che la ospitava. Ma ero sempre eccitato quando conoscevo qualcosa che spesso anche le persone di località vicine ignoravano.

Era il mio modo di viaggiare e lasciarmi incantare e attrarre da tutto ciò che era al di fuori d’attrazioni turistiche preconfezionate. Avevo sempre scelto le mie mete alla ricerca di qualcosa di vero. Fu un piacere raccontarle come conoscevo quella festività e che tipo di viaggiatore ero. E altrettanto piacevole fu dare un nome a quel volto: Remy.

Bel nome.

Restammo qualche ora a parlare seduti al divanetto dell’ingresso. Era stupita dal mio modo di viaggiare, senza una meta precisa, senza i giorni contati e con pochi soldi in tasca. E ancora di più la stupì sapere che non avrei avuto problemi a trasferirmi all’istante anche in quel paesino, se solo avessi sentito dentro la voglia di farlo.

- Non posso crederci! Tu saresti stato in così tanti posti senza un motivo? E per giunta da solo?

- Certo! Viaggiare da solo ti aiuta a conoscerti meglio, a capire cose di te che non avresti mai immaginato. Non ti limiti a conoscere posti nuovi, impari anche a conoscerti meglio.

- Ma non ti senti mai solo?

- Ogni tanto mi accade. Ma passa presto. Io penso che ognuno di noi sia il frutto delle esperienze che vive. Averne fatte tante mi fa sentire più completo.

- E la tua famiglia?

- Non ho radici. La mia famiglia sono le persone che ho conosciuto, che mi hanno saputo dare piccole cose. Ne ho conosciute talmente tante e in tanti posti diversi e lontani tra loro, che mi sento in famiglia ovunque mi trovo.

Il discorso si stava facendo interessante, anche se a quelle domande avevo risposto tante volte. Ma ero sempre lusingato e felice di suscitare un briciolo di curiosità nella gente. A volte, negli occhi di qualcuno, vedevo brillare il desiderio di emularmi.

Il sole era tramontato e noi due eravamo ancora sul divanetto. La mia fame aumentava e con essa la voglia di una doccia.

- Che ne diresti di continuare il discorso davanti ad un piatto caldo? Se continuo a parlare potrei farlo per ore, ma sento il bisogno di rinfrescarmi e di mangiare.

- D’accordo. Ti aspetto qui tra un’ora e usciamo a mangiare qualcosa.

Fu l’ora più veloce della giornata. Mi sembrò appena sufficiente per rilassarmi sotto il getto bollente della doccia.

Un’ora dopo uscimmo dall’albergo sottobraccio, per andare a mangiare. Ci andammo con la sua Renault quattro, cigolante. Parlammo tutta la sera e, sulla via del ritorno, ci fermammo a ridosso di una collinetta ad ammirare il panorama che offriva Sartene.

Tirai fuori i miei appunti di viaggio dallo zainetto, onnipresente sulle mie spalle, e cominciai a leggerle qualcosa.

Dalle risate sulle buffe descrizioni di momenti incresciosi che avevo vissuto, passammo a discorsi più seri quando cominciai a leggerle le emozioni che alcuni fatti avevano suscitato in me. Sul dolore per alcuni ricordi che, anche se belli, mi avevano lasciato l’amaro in bocca, perché non avrei mai voluto che diventassero ricordi.

- A volte penso sia giusto stare male per certe cose. Forse è il prezzo da pagare per averle potute vivere. In quei momenti le emozioni erano addirittura tante da non riuscire a sentirle tutte. Troppe e troppo forti. Ma, purtroppo, più in alto si sale, più si sta bene e più dolorosa sarà la caduta. L’unica cosa che non sono riuscito ad imparare da queste esperienze è di lasciarmi trasportare lentamente, cercare degli appigli sicuri per non cadere. Anche se, probabilmente, così facendo molte sensazioni non sarei riuscito a provarle. Non riuscirò mai a salire senza la preoccupazione di cadere, e finirò col farmi male. Sempre.

- Non credi che potresti imparare a cadere senza farti male?

- No, credo che, se precipiti senza farti male, evidentemente non eri poi salito così in alto.

Quei discorsi mi stavano riportando alla memoria una cascata di ricordi. Avevo lo sguardo fisso nei suoi occhi ma era come se in quell’istante vi stessero proiettando su altre scene.

Mi sentì improvvisamente attratto da lei. Mi avvicinai lentamente sino a poggiare le mie labbra sulle sue. Erano rilassate e fu sufficiente una leggerissima pressione affinché si socchiudessero facendo nascere uno dei baci più dolci che abbia mai ricevuto.

D’un tratto sentì il palmo della sua mano interporsi leggermente tra le mie labbra e le sue staccandole. Lasciò la sua mano sulle mie labbra, continuò a fissarmi con uno sguardo dispiaciuto. Dispiaciuto per aver interrotto quel bacio e, forse, anche per avermelo dato.

- Basta – sussurrò con voce tremante – Se vuoi possiamo essere amici, è di quello che ho bisogno. Di un amico, solo di un amico.

All’improvviso non riuscivo più a capire. Perché quel bacio mi era sembrato così dolce se era solo un segno d’affetto? E come spiegarle che anche se la conoscevo da così poco, sentivo di amarla? Mai come quella volta le mie parole vennero fuori al comando del cuore, senza passare dal cervello.

- Io credo di amarti. Anzi no, io ti amo!

- Shh… non parlare. Per favore. Andiamo via.

Girò le chiavi dell’auto riuscendo, in un sol colpo, ad accendere il motore e a spegnere il dialogo.

La notte trascorse insonne e, il mattino seguente, sembrava non fosse accaduto nulla. La invitai a venire con ma a S. Lucia e la giornata fu memorabile. Tornammo a Sartene in serata e, lungo la strada, tra una risata ed un’altra, confessò d’essere stanchissima e di avere le gambe ed il collo indolenziti.

- Bene… ehm… cioè… mi dispiace, però se ti va potrei farti provare uno dei miei massaggi rilassanti, quando saremo tornati in albergo.

- Un massaggio?!

- Si, sono bravissimo!

- Ok, vada per il massaggio.

- Allora passiamo da un’erboristeria perché qui con me non ho l’occorrente.

Le chiesi di restare in auto per non farle vedere cosa stavo acquistando.

In albergo la pregai di darmi il tempo per preparare ciò che avevo comprato, prima che mi raggiungesse in camera.

Salì da me poco dopo e trovò la stanza illuminata da tre candele blu alla lavanda, disposte su un piccolo piattino di creta. Una candela gialla posta sulla scrivania, più in alto, ammorbidiva la luce delle altre. Il profumo degli incensi al muschio che avevo acceso, si era diffuso rapidamente nella piccola camera e, posto a riscaldarsi su un termosifone, c’era dell’olio all’avocado in una terrina. Di sottofondo delle musiche di Vangelis.


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