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Penso alla mia nuova meta e sono felice


By Pierluigi - Posted on 18 November 2008

DiarioA volte la tristezza ci pervade e non è facile individuare esattamente da dove provenga.
A volte incontriamo sguardi o sorrisi che mai avremmo previsto, e tanto basta per emularli.
A volte mi faccio troppe domande, solo per non rispondere a quella più importante.

Sono andato via molto presto. Con l’anticipo che basta a far sentire la mancanza e la nostalgia delle radici, quando gli altri cominciano ad avvertire il desiderio di fuggire.
Qualcosa da cui fuggire l’avrei anche io, e a volte il desiderio è così forte che “qualunque altro posto” andrebbe bene. Ma poi finisco col rimandare.

Sono andato via la prima volta che avevo poco più di 18 anni. Sicuro e convinto di me. Mi ritrovo, ben oltre 10 anni dopo, con mille dubbi in più.

Mi scopro ad ascoltare quei suoni per i quali un po’ sono fuggito. E non è neppure merito mio averli riascoltati. Non invoco neppure il destino per questo, anche per non essere ripetitivo, fintamente fatalista o banalmente noioso.

Mi domando tuttavia se pensi mai alle mie notti insonni. Non quelle “prima di un gran giorno”, come cantava Baglioni. Ma quelle lontano da te.
Non so se conosci le tante notti d’albergo, su e già per le città del Paese, quando un bicchiere di Laphroaig tiene un po’ più distanti i fantasmi della malinconia.

Sono partito mille volte, col vanto di non aver radici. Ma sempre più spesso inizio a sentirmi non più come una giovane pianta, che può essere facilmente trapiantata, quanto come un albero più adulto che, giocoforza, inizia a gradire un maggior desiderio di tranquilla permanenza.

L’ho avvertito forte l’ultima volta che sono tornato nella mia terra d’origine. Così forte da stupirmene. Proprio alla vigilia di un viaggio più importante. Attraverso alcuni ritmi, attraverso alcune musiche popolari ho perfino iniziato a trovare, se non delle similitudini, perlomeno delle assonanze. E questo si, è almeno un po’ curioso.

L’ho annotato al termine di una nuova notte stanca, ed un risveglio che lo è ancor di più, per via dei postumi. Qualche sera fa ascoltavo quelle note tanto particolari, così familiari pur nella loro estraneità. Familiari come un imprinting, e non per averle realmente vissute.

Mi sono ricordato di uno scrittore molto legato alla sua terra, capace di trasmettere con forza questo amore nelle pagine dei suoi libri. Parlo di Mauro Corona, sui cui testi ho quasi desiderato di vivere un’infanzia e un’adolescenza tra i boschi. A riconoscer piante e profumi e animali selvatici.
Ma l’imprinting non si cambia, e i suoni, i profumi e il caldo del mare, ed il suo suono, ed il ciottolate delle mie città è comunque entrato nelle cellule e, col trascorrere degli anni, inizia a replicarsi più marcatamente. Allora penso alla mia nuova meta, e sono felice.


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