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La Poetica e le Opere del Pascoli


By Pierluigi - Posted on 07 August 2009


Tra le sue altre opere ricordiamo Myricae che contiene alcuni dei primi testi del Pascoli, rivela una poesia nuova al suo stato più semplice, libera da incrostazioni ideologiche. Il titolo è spiegato da un'epigrafe che adatta un verso di Virgilio "piacciono gli arboscelli e le umili tamerici" (arbusta iuvant humilesque myricae), tamerici che altro non sono che un piccolo arbusto sempreverde e simboleggiano una forma di poesia semplice.
Questa poesia è da collocarsi all'interno della tradizione classica, ed in essa sono evidenti figure e fatti quotidiani, di vita ingenua, dietro le quali si scorge la tragedia che aveva caratterizzato la sua fanciullezza e tutto è pervaso come da una dolorosa inquietudine.

L'opera è realizzata all'insegna dell'autobiografismo e si apre con un accenno alla famiglia distrutta e stende un velo di malinconia sulle memorie dell'infanzia.Quello che più colpisce è il linguaggio che si adatta in modo diretto alle piccole cose, ai momenti più semplici della vita familiare e campestre, grazie non solo all'utilizzo dei vocaboli ma più ampliamente di un linguaggio definito "fono-simbolico".
All'interno dell'opera il poeta è intento a seguire le vibrazioni di essenze oscure e segrete, tanto più oscure quanto più semplice è il modo nel quale vengono osservate.
La poesia sembra un modo per ritrovare il mondo dell'infanzia: ma proprio le immagini dell'infanzia richiamano la morte e ovunque il poeta sembra interrogare qualcosa che non può esistere e nella quale egli, in realtà, non crede. E delle tamerici non possiamo non ricordare i due brani Lavandaie nel quale dà l'impressione di una malinconia che sbocci a in vista di uno spettacolo naturale, pur senza riuscire a distaccare l'anima da esso.

Non è la voce del poeta a confidarci questa malinconia, ma sembra che essa provenga dalle voci sperdute del paese dove il canto delle donne ai lavatoi si mescola alla malinconia della campagna; ed Arano dove il poeta guarda e trascrive le notazioni del paesaggio che via, via si arricchisce di particolari visivi, dove il clima autunnale fa da sfondo ai contadini e dove sembra che il poeta osservi senza commentare.

Un'altra opera di rilievo del Pascoli è rappresentata dai Canti di Castelvecchio, qui ritorna alla materia poetica, in un discorso ampio e profondo. La materia autobiografica sull'onda del ricordo, si allarga a meditazione sul mistero che circonda uomini e cose.

Ritornano ricordi dolorosi mai cancellati e si sollevano a simboli grondanti di interrogativi. La raccolta si conclude con alcuni canti dedicati alla morte del padre e lo sguardo si allarga al movimento dell'universo, ravvisandone la pace apparente abitata dalla distruzione e dalla morte. La morte ritorna in tutti i ricordi ed è lo stesso poeta a riconoscersi come appartenente al mondo dei morti e vede il proprio sguardo e la propria voce svanire ed estinguersi; il poeta giunge ad una tomba che si confonde con la culla e si dissolve in un sogno di nulla.

I passi più importanti dell'opera sono contenuti nei versi de La mia sera dove ogni strofa è come una variazione musicale le cui note formano uno stato d'animo di assopimento e di dolore, quasi un'attesa della morte; e tutte si riassumono nel suono finale delle campane che diventa il ricordo di un canto di culla, allietato dalla carezza materna.





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