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Mastro Don Gesualdo


By Pierluigi - Posted on 07 August 2009

Mastro don Gesualdo rappresenta il secondo romanzo del ciclo dei vinti ed ebbe un'elaborazione assai lunga di cui si trovano tracce già in alcune Novelle Rusticane.
Nel suo assetto finale, l'opera rivela una costruzione solidissima ed articolata. Narra le vicende di un muratore di una cittadina nei pressi di Catania divenuto, grazie al suo lavoro, padrone di una grande ricchezza economica che gli consente di trattare da pari a pari con la nobiltà feudale.
Ma l'ambizione lo porta a sposarsi con una nobildonna già compromessa da un cugino. Il matrimonio non è ben visto nè dai suoi familiari nè dalla nobiltà del paese che lo vede come un intruso e, con la stessa moglie non riuscirà mai a stringere un buon legame affettivo, come del resto avverrà con la figlia di cui potrebbe anche non essere il padre. Le sue fortune vengono dilapidate dal genero ed in seguito alla morte della moglie è costretto a rifugiarsi presso la figlia che nutre indifferenza nei suoi confronti. Qui troverà la morte.

In questo romanzo sparisce la voce del narratore popolare e la narrazione sembra fondarsi su un'ottica totalmente oggettiva. Tutta la rappresentazione converge sul protagonista e sulla sua situazione economica, rappresentando l'immagine della suprema forza umana che accumula, che domina la realtà fisica. Ma la sua forza viene indissolubilmente contaminata e piegata dalla sottile vanità che lo induce a voler cambiare classe. Ed il suo dramma incarna anche il fenomeno dell'ascesa di una nuova borghesia imprenditoriale, dramma che in lui nasce dal contrasto tra la fortissima passione con cui egli vive la propria ascesa sociale e l'indifferenza con cui il mondo circostante considera la realtà economica.

All'interno di ogni classe sociale vige una legge di egoismo cieco, che impedisce ogni reale comunicazione, che blocca ogni reale autenticità e sincerità, che rende inattendibile qualsiasi sentimento. Il Verga vuole qui evidenziare come nessun valore sia praticabile in un mondo pieno di maschere e di rivoltanti vogarità, nel quale domina il sordo rancore di ogni uomo verso ogni altro.

Importantissimo il brano La fine di Mastro don Gesualdo nelle quali viene descritta la triste fine del vecchio che il male sta lentamente portando alla tomba: quel male dato dai dispiaceri di cui è stata intessuta la sua vita. Nel palazzo della figlia si sente un estraneo, un individuo sopportato persino dalla servitù che lo disprezza per il salto che era stato capace di fare. Non gli è più nemmeno concesso di vivere in nostalgie e ricordi, perchè la morte incombe.
Non si fida di nessuno e si sente abbandonato a se stesso, morirà senza alcun conforto. Il dialogo della servitù alla notizia della morte chiude la vita di un uomo che ha combattuto senza riposo ne risparmio, tra continue amarezze, in una solitudine sempre più cupa e pallida: un vinto.

Le vicende narrate nei Malavoglia in una registrazione distante di un processo che riguarda l'intera scala sociale, di quel mondo popolare vengono sottolineate nella novella Fantasticheria tratta dalla raccolta Vita dei Campi dove, sottoforma di discorso rivolto a un'elegante signora che ha soggiornato con l'autore offre un sintetico scorcio sul mondo poi rappresentato nel romanzo I Malavoglia. Da questa novella emerge l'ideale dell'ostrica cioè la capacità di stare legato al proprio ambiente di porsi fuori del fiume del progresso e della storia di accettare il bene come il male con la stessa mancanza di ribellione, il mondo dell'ostrica appare immune alle amare frustrazioni della vita, ma immune nel senso tragico della sconfitta.