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Giovanni Verga, parte seconda
Verga avverte soprattutto il bisogno di rappresentare una realtà lontana e che non coincida con la sua attuale esperienza. Da alcuni documenti di quegli anni è chiaro come il canone dell'impersonalità si leghi strettamente al Verga, nella necessità di guardare al mondo dei contadini o dei pescatori da una certa distanza, ed egli mira a raccontare il loro mondo con le loro parole semplici e pittoresche, dando per altro vita ad una nuova forma linguistica, ricca di proverbi e modi di dire tipici dei personaggi dei sui racconti.
L'atteggiamento del Verga verso la società del suo tempo è il frutto dell'incontro tra gli ideali romantici e patriottici della sua formazione e l'adesione al Positivismo nella sua fase più matura, dal quale ricava la consapevolezza che, nella società del suo tempo predomina l'interesse economico e che i valori romantico-risorgimentali non hanno più senso.
Tutti i personaggi verghiani sono dei vinti, l’uomo è sempre vinto da qualcosa a cui non può sfuggire, una passione d'amore, la legge dura e inesorabile della vita.
Da questa visione deriva il particolare atteggiamento verso la realtà storica del suo tempo e verso i miti del progresso, dell'evoluzione storica e sociale. La sua posizione ideologica è stata del resto da lui stesso espressa, con molta chiarezza, in una novella di Vita dei campi intitolata Fantasticheria, nella quale afferma la sua adesione morale al coraggio virile con cui gli umili affrontano la vita.
Verga, positivisticamente, non crede nella Provvidenza, e Dio è assente dai suoi libri alla stregua della prospettiva di un futuro migliore da conquistarsi qui, sulla terra con la forza degli uomini. Del suo tempo condivide la passione per la scienza e per l'analisi sociologica e coglie l'incessante moto verso il progresso, ma a lui interessano i vinti, come del resto emerge da tutti i suoi componimenti.
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