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Il Decadentismo in Italia


By Pierluigi - Posted on 07 August 2009

Anche l'Italia risente del clima turbato e incerto della storia politica, economica e sociale dell'Europa tra gli ultimi decenni del secolo XIX e la prima guerra mondiale. Si era giunti all'unita politica senza aver risolto i problemi ad essa connessi. Il nostro Stato pativa un clima di depressione, deluso dalle aspettative del Risorgimento.

L'aspirazione alla grandezza e alla gloria alimentava un irrazionale nazionalismo, mentre le disagiate condizioni meridionali e il divario con l'industrializzazione settentrionale, creavano profondi squilibri sociali e contrasti anche violenti, come la repressione dei fasci siciliani del 1894.
A rilanciare la dissestata situazione nazionale fu Giolitti riuscendo a creare un equilibrio, seppur precario, tra le forze del capitale e gli interessi dei ceti sociali e politici. Il decadentismo Italiano, espressione del nuovo modo di sentire e delle nuove esigenze spirituali, non nasce all'improvviso, sulla crisi del positivismo, ma ha i suoi anticipatori negli scapigliati lombardi.

Intorno al 1890 questa crisi si definì, culturalmente, come polemica contro il positivismo, negato nei suoi presupposti teorici, nei suoi principi di metodo, nelle sue implicazioni sociali, morali, artistiche. La svolta culturale fu solo un aspetto di una svolta politica e sociale, per cui la classe dirigente italiana nella sua maggior parte, temendo di essere travolta dalle classi subalterne, si irrigidiva nella difesa, autoproclamandosi detentrice del potere politico ed economico oltre che di quello culturale. Il che spiega perchè tante volte la polemica di quegli intellettuali si rivolgesse contro la borghesia.

I fatti di storia economica e sociale portavano al costituirsi di vasti strati di ceto medio che si sentivano schiacciare tra la classe dirigente e certe aristocrazie operaie. Questi giovani sono perciò dei ribelli consci del loro ruolo subalterno nella società. Odiano il ceto dirigente, soprattutto quello politico, odiano gli operai e i capi del movimento operaio. Si propongono di conquistare un ruolo direttivo e pensano di ottenerlo richiamando la borghesia alla sua coscienza di classe e ponendosi alla sua testa per una riscossa borghese.

Uno dei caratteri essenziali della cultura italiana è dunque lo sforzo degli intellettuali di partecipare alla lotta politica con la letteratura e la filosofia. Il centro di attrazione intellettuale per la vivacità di interessi e iniziative culturali passa dalla Roma dell'ultimo Ottocento alla Firenze dei primi del Novecento, dove si incontrano e si scontrano posizioni filosofiche, politiche e morali, e dove convergono conoscenze ed esperienze straniere.

Per quanto riguarda l'attività letteraria vera e propria bisogna notare come, al contrario dell'esperienza poetica, nuova sotto il profilo contenutistico e della forma, la narrativa ha più marcati legami con le esperienze veristiche dell'ultimo Ottocento. Le novità essenziali sono nella poesia, dove spicca la sensibilità verso le piccole cose e per il senso del mondo racchiuso nei sensi dell'immagine e nell'esuberante retorica di una personalità che vuole fagocitare tutto, tipica del D'Annunzio.
Gli scrittori minori sono tutti accomunati da una vocazione di verità e di scavo, di ricerca e di impegno alla scoperta dell'uomo nella sua autenticità, al di fuori di ogni schema e retorica.