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Adelchi, parte seconda
Adelchi è considerato un eroe anche se per certi versi, incompiuto: visto che non sarà mai fino in fondo l'eroe che vorrebbe e potrebbe essere, costretto ad adattarsi alle decisioni del padre Desiderio che cozzano col suo bisogno di assoluta giustizia. E' combattuto tra il suo cuore e la sua fortuna, tra il desiderio di alte e nobili cose e la condanna ad inique; invita quindi a sottrarsi all'ingiustizia e a rifiutare l'esercizio della violenza e del potere.
La morte è per l'Adelchi il ritrovamento dell'esistenza più profonda dell'uomo. Osservando l'indebolimento delle schiere nemiche, anziché‚ rallegrarsi per la vicina vittoria gli pesa la sua condizione di Eroe inappagato, costretto a farsi strumento di una violenza che non condivide. Rivela il suo carattere nelle confidenze fatte al fedele scudiero Anfrido, dalle quali emerge l'eroe contemplativo, pensoso, triste, che lo portano a meditare più che ad agire. Accetta l'azione per disciplina. Ne La morte di Adelchi, il Manzoni ci fa vedere come questa è vissuta con liberazione. Disdegna il suicidio solo perché sà di essere l'unica speranza per il padre. Ma nel tentativo di liberarlo viene ferito mortalmente e gli viene concesso di avere l'ultimo colloquio col padre.
E' la più evidente e deliberata violazione della verità storica nel corso della tragedia, (Adelchi, infatti, trova la morte a Bisanzio, cercando di riaccendere la lotta in Italia): ma questa violazione permette al Manzoni di sottolineare con maggiore efficacia la definitiva presa di coscienza del suo eroe il quale, morendo, trova un sottile piacere, perché non ha mai saputo il motivo della sua venuta al mondo, in un mondo ingiusto e violento. Muore e dice al vincitore: Tu felice, tu pure devi morire. La tristezza nell'Adelchi nasce non per il suo operare male ma per l'operare, e maledice il secolo nel quale è vissuto dove non resta che far torto o patirlo.
EPILOGO
La vittoria dei Francesi suscita entusiasmo negli Italiani, raffreddato subito dal Manzoni che li mette in guardia. Non possono sperare, gli Italiani, di avere la libertà dai Franchi poiché nessuno fa niente per niente, e questi si accorderanno per restare in Italia da padroni. Se gli Italiani vogliono l'indipendenza, la devono conquistare con le loro forze. E qui si riallaccia all'opera "Marzo 1821". Condanna nuovamente la guerra come inutile sciagura per tutti: vinti, vincitori e spettatori.
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